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RACCONTI D'ESTATE

La pittura di Franca Formis

Mauro Corradini

La bicicletta è appoggiata vicino all’albero; bianca, un cesto portatile sul manubrio, ingombro di fiori di campo, frammenti d’arbusto, papaveri, mescolati alla rinfusa. È probabilmente la bicicletta dell’estate, quella con cui, attraverso i pochi viali che separano la sua abitazione dall’argine di Po, Franca raggiunge la Canottieri; forse con la stessa bicicletta la pittrice giunge sulle rive sabbiose di Pula, in Sardegna, nel riposo lungo dell’estate, o sulla spiaggia più curata della Versilia, dove il mare sembra cantare la sua solitudine. Perché la Versilia non è più l’estate di Pula, scivola già verso l’autunno, che ritroviamo alla fine nelle lanche del Po, quando a fine ottobre vengono le prime piene che affascinano e incutono rispetto.
Per leggere la pittura di Franca (Francesca) Formis, una mantovana di Cremona, occorre partire da qui, dai luoghi in cui ama vivere, ad iniziare dalla sua Cremona che legge in controluce nelle acque alte del Po d’autunno, fino alla solarità della Versilia, che evoca il mare sul finire dell’estate, pochi bagnanti sulle spiagge, qualche orma, impressa sul bagnasciuga, in attesa che un’onda più ardita delle altre giunga a lambire la sabbia e tutto cancellare. Il viaggio dei racconti d’estate prende avvio a Pula, in Sardegna, le serate piene di luci, la gente nei bar, evocando in memoria altri caffè di notte, lontani, ad Arles, sul finire dell’Ottocento: pieni di inquietudine e di angoscia, quelli lontani, all’inizio di una modernità che ha scavato nei nostri animi, più sereni quelli di Franca, a riposare anche nelle ombre, che sembrano nascondere gli aspetti meno evidenti delle nostre contraddizioni.
Per Franca la pittura è memoria, riflessione pensosa sui luoghi e sui nostri sentimenti, ma anche espressione di una gioia di vivere quasi che la vita, come negli arbusti spontanei che crescono sulla sabbia ad ogni breve pioggia e subito perdono il verde e ridiventano gialli, si rivelasse più forte di ogni contraddizione e difficoltà; metafora dell’arte, allora, che nonostante tutto continua ad apparire, necessita di uscire allo scoperto, mostrarsi, lasciarsi vedere, coccolare, per accudire il nostro animo e le nostre emozioni. L’arte va amata, sembra dirci la pittrice, come si amano i luoghi, le cose nostre, in quanto profondamente legate alla nostra esperienza, alle nostre vicende, alla nostra memoria.

I racconti di Franca appaiono come la trascrizione di opposte esperienze; dopo la corsa verso il mare nella tarda primavera di Sardegna, ritroviamo ancora il mare, nel tempo dell’estate; e dobbiamo inseguirlo con lo sguardo della pittrice, osservarlo con gli occhi socchiusi, perdervi lo sguardo quando l’estate sta declinando e il mare assume nel suo azzurro i grigi dell’autunno che viene (“già lo sentimmo venire nelle piogge d’agosto”), e rimane una spiaggia che conserva ancora l’orma di due piedi che insieme salutano il distacco, il ritorno, l’assenza. E pure, a guardar bene, è proprio in quel mare senza presenze umane, che ci assale imperioso il desiderio del sole, ci prende il desiderio di quella luce che abbiamo visto oltre i cespugli appena spuntati sulle dune; è un mare-mare che parla di se stesso, delle sue onde lievi o cattive, che riconduce l’immagine alla pittura, perché solo la pittura può far vivere una cosa che non c’è, come l’onda, fragile come la vita, che appare e subito si sforma, per riapparire, uguale e diversa.
Dal racconto d’estate, che è la molla della nostra pittrice, senza mai negarlo, il percorso espressivo scivola verso altre dimensioni del vivere; forse la bicicletta è solo un mezzo con cui, dopo le pedalate tardo-primaverili o estive del mare sardo, dove il sole alimenta i colori della sabbia e la brezza muove ininterrottamente gli arbusti spontanei, transitiamo alla fine dell’estate, quando tutto si fa indistinto brusio, solitudine; inseguiamo i nostri silenzi. Aggalla il bisogno più profondo e vero di raccontare a se stessa – questo fa la pittrice – la sua emozione di fronte al rumore lieve delle onde che si formano e si sciolgono in un lento rigagnolo che ritorna al mare. Racconti d’estate, dunque, perché costruiti sugli occhi che osservano silenziosi le ampie distese, ma leggono e si soffermano soltanto sui particolari vicini.
È un racconto lieve, fatto di palpiti, di una pennellata che non vuole concedere nulla al caso; regolare, tesa, costruita su colori mimetici che solo qua e là, lasciano far capolino alla tensione emotiva dell’autrice; allora i colori si innalzano fino a rallegrarsi o si incupiscono fino ad ingrigirsi; il racconto, da fedele ricostruzione narrativa, si fa interprete dell’emozione interiore. non c’è racconto d’estate che non scivoli, alla fine, nella nostalgia o nell’autunno; i colori, anziché spegnersi si illuminano; la pennellata e la composizione espressiva dell’opera anziché perdere in vibrazione si fa più insistita; la pennellata si fa contratta, incisiva, le cromie si accendono di quei colori tardo estivi, tra il giallo e il rossastro e rimandano alla contrasto che viene, al giro di boa stagionale; il colore si fa memoria e l’accensione verità e ricordo. Il racconto d’estate si innalza per indicarci il senso inquieto, una sorta di trattenuta tristezza, della fine.

Franca è un’ottimista; comprende il chiudersi di una stagione, ma sa anche che la stagione passata si apre nella dimensione della memoria; ritorna a Cremona. Nello studio ritrova i colori dell’estate nelle tele che riempie con i ricordi e le emozioni; fuori dallo studio, riprende la biciletta in ottobre, quando il sole ha un sapore ancora d’estate, e va sulle rive del Po. Qui tutto è silenzio e vitalità; la vita palpita anche con l’autunnale alluvione che riempie i pioppeti golenali. Le foglie ingiallite del pioppo dialogano con gli arbusti bruciati; ma il discorso non ha frenesie o frettolosità; ha tempi lunghi. La pittura ritrova distensione, ritorna alla misura propria di una voce che cerca il ritmo interiore, quel di-dentro che mantiene intatti i ricordi, le emozioni, le suggestioni, i sobbalzi del cuore. Per questo, ancora una volta, il racconto si fa pittura discreta, appena tratteggiata, lieve, come il trasalire di fronte al Po che entra in golena con le sue acque. Anche noi parliamo sottovoce quando osserviamo dalle rive il muoversi sordo e lento delle acque.
La pittura risponde al bisogno interiore e si fa disciplina. Anche qui manca l’uomo; le figure umane sono comparse solo nelle sere d’estate a Pula, nella spiaggia di fine estate, presenza o traccia, in Versilia; qui ritroviamo solo il fiume con la sua terribile dolcezza, tra verità e inquietudine. La solarità si spegne lentamente, senza perdersi mai del tutto. La pittrice controlla la misura della rappresentazione, perché cerca di fermare l’incanto, la magia del pensiero. Oltre misura ha paura di scendere nell’aneddoto, nella storiella; vuole costruire racconti d’emozione.
Su queste scelte poetiche, la pittrice delinea uno spazio che è solo dimensione dello sguardo, trattenuto dallo stupore; quasi che il suo compito sia solo che quello di osservare, cogliere, fermare, lasciando che l’istinto dialoghi con la memoria, per un risultato visivo di cercata compostezza. In questo senso, la mostra che allinea i racconti d’estate di Franca apre uno spiraglio verso la sua pittura, verso il suo modo, ancora rappresentativo ed espressivo, di utilizzare un linguaggio per trascrivere ogni sua interna emozione. Dimensione che ha radici profonde, e continua a dare frutti, al di là, ed oltre certe esperienze tecnologiche che l’ultimo mezzo secolo ci ha portato in campo. Proprio nella memoria, Formis ritrova i suoi ritmi poetici.

Gussago, aprile 2011